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Storia

L’idea di questa tempera murale nacque dal fatto che la sala da pranzo nell’abitazione di Margherita Venerosi Pesciolini di via Santa Reparata è una stanza interna e priva di finestre . Il Maestro, che era di casa presso la Contessa, un giorno disse: “ come  è possibile mangiare sempre al buio! Domani le finestre  le faccio io!”. E così cominciò, nel 1950 la decorazione di tutte e quattro le pareti che si protrasse fino al 1959. Ovviamente, la Contessa fu entusiasta all’idea che Annigoni trasformasse la sua sala da pranzo in un’opera d’arte, ma, al tempo stesso aveva forti dubbi che il pittore, dopo averla cominciata, portasse la cosa fino in fondo.
Conoscendolo bene, infatti, e sapendo quanto fosse impegnato, si rese conto che, se non si fosse data daffare in prima persona, non solo come stimolatrice, ma anche come collaboratrice e “giovane di studio” del Maestro, difficilmente il lavoro sarebbe arrivato in fondo. Non a caso, perché la stanza fosse terminata, ci sarebbero voluti quasi dieci anni, in cui l’ispirazione e la buona volontà dell’artista trovarono un supporto determinante nell’operosità e nella disponibilità della Contessa, al punto che oggi si può ben dire che la stanza da pranzo in casa Venerosi Pesciolini è fatta dallo sforzo congiunto di Pietro e Margherita, che ne curarono insieme i minimi particolari, compresa la scelta dei mobili e l’illuminazione. Con l’aiuto, naturalmente, della cara Bruna, governante da sempre di Margherita ed oggi unica custode di quello che fu il suo palazzo e della sala dipinta da Annigoni.
Premettiamo che tutto ciò che si vede, gli animali, gli oggetti, le persone, le piante e le costruzioni è stato dipinto dal vero.
Iniziò dalla parete Sud) Il suggestivo sfondo è un paesaggio che si ispira al Mugello. In alto a sinistra si può notare un sacco con delle piume di gallina, che in quegli anni si era soliti vendere per fare cuscini e coperte. Accanto due porta fiaschi con un fiasco, uno spazzolino e un cencino di balla. Sul davanzale poggia una caraffa di vino ed un bicchiere che insieme ad altri stavano sul tavolo a fine cena Annigoni disse “per non esagerare col vino questi invece di berli li dipingo”; le coperte, il cappello e il bastone appoggiate sul balcone, diceva il Maestro scherzando “sono state lasciate lì da quei due (se si guarda con attenzione fra gli alberi si intravedono due personaggi) nascosti nel bosco che raccolgono legna. Il fascio di papaveri lo aveva colto di mattina la Bruna, a Lama nel Mugello in un campo di grano e lo aveva posto sul tavolo da pranzo; e fu così che il Maestro esclamò “quasi, quasi, cara Bruna questi li dipingo qua, sul muricciolo” e così fece. Le tende e i drappeggi che si vedono sulle pareti esistono ancora e sono conservati insieme a tanti altri oggetti, nelle cassapanche dell’abitazione. In basso a destra un disegno di Benedetto bambino raffigurante un ranocchietto e una casina dipinta dalla sorella Maria Ricciarda.
A sinistra fra le due pareti, a mezz’altezza, c’è tracciata con due sole pennellate  una ragnatela, talmente vera che ormai è quasi scontato per la Bruna sentirsi dire dai visitatori “signora, ma perché non la toglie?”
Parete Est)  Su questa parete è raffigurato l‘interno della loggia della villa di Lama. La figura che si affaccia è una contadina del posto, mentre le frasche di faggio erano state raccolte nel giardino di via Santa Reparata. La porta è interamente dipinta. Sopra, un foglio di carta sbrindellato riporta lo stemma parlante della famiglia Venerosi Pesciolini ironicamente reinterpretato dal Maestro  con una lisca di pesce, un serpente che si morde la coda e il provocatorio motto “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”.
Parete Nord) L’edificio raffigurato in alto a destra sotto l’arco, è ispirato al casone di via Faentina sulla sinistra, proprio poco dopo la strettoia, andando verso il Ponte alla Badia e pochi metri prima della chiesa di Santa Maria del Fiore a Lapo, il sedano, i ravanelli e gli altri ortaggi li aveva acquistati la Bruna al mercato di San Lorenzo, mentre le zucche, le pannocchie e il prosciutto di cinta senese vengono dal Mugello. Quanto all’ombrello, apparteneva a Corrado, factotum di Lama e padre del fattore, ed il salame era un dono dell’amica Nora Gorgiolli proveniente da Montefanna.
La parte centrale di questa parete fu iniziata poco prima di Pasqua e l’aringa che si vede in alto, proprio sopra il capitello ionico, ha una sua storia. Ma prima sarà bene sapere che in quegli anni la sera del Venerdì Santo si era soliti fare in tutte le case astinenza o un rigoroso digiuno (si mangiava in bianco e perlopiù pesce) e che lo Scoppio del Carro veniva fatto il Sabato Santo. Così la sera del Venerdì Santo durante una parca cena a base di aringhe e fagioli, qualcuno disse a voce alta “a quest’ora La Pira (Giorgio La Pira  – sindaco di Firenze dal 1951 al 1958 e dal 1961 al 1965 – era abituale frequentatore  di casa Venerosi Pesciolinie e spesso si tratteneva per cena)  fa vigilia nera (intendendo che i fedeli più devoti facevano il digiuno totale fino alla domenica di Pasqua) e mangerà solo quando si scioglieranno le campane” (le campane suonano tutto l’anno, ma restano in silenzio solo i giorni in cui si ricorda la morte del Signore, il Venerdì e il Sabato Santo, in segno di lutto. Per l’occasione le campane, precisamente i batacchi, venivano proprio legate con corde l’una all’altra, perché non emettessero alcun suono. Poi si scioglievano nel giorno di Pasqua e di qui il modo di dire: sciogliere le campane); allora il Maestro disse “un’aringa la mangio io e un’altra l’appiccico lassù e la lascio a La Pira per quando viene, e ci scrivo anche W La Pira”.
I piccioni furono comprati per l’occasione da Pietro al banco del Grilli alle Cascine e pare che abbiano svolazzato per ore e giorni nella sala prima di rassegnarsi a posare per il Maestro. Poco discosta in alto c’è una cesta con la sigla M.V.P. Margherita Venerosi Pesciolini.  Il tempietto (con la Madonna ed il Bambino è come uno dei tanti che si trovano nelle strade delle nostre campagne, il messale è quello di casa, così come il lucignolo. Prima di finire questa parte centrale della parete, il Maestro chiese a La Pira “e ora cosa ci scrivo qui sotto?” e La Pira rispose (ispirandosi ad una preghiera di San Bernardo di Chiaravalle*) “guarda la stella… Respice Stellam” e così il Maestro fece . La porta è disegnata ad immagine di quelle di un vecchio segatoio (la stanza prospiciente una stalla dove si tagliava l’erba per governare gli animali). In un primo momento il Maestro la dipinse tutta rosso fuoco con dei girasoli gialli. Però così fatta non piaceva a nessuno degli ospiti, che per giorni manifestarono bonariamente il loro disappunto mentre lui diceva “aspettate che sia finita, aspettate…”. Quindi la sporcò ben bene e allora tutti furono contenti. Per ricordo, il Maestro disegnò, sotto il tralcio di olivo pasquale, il  fogliettino celeste con il messaggio : “Tutti dicono che questa porta non piace… e allora telefonate al Sor Conte… io sorto (intendendo io me ne vado)”. Il messaggio fu poi in parte da lui medesimo cancellato e ci fu posta una croce sopra. Il “Sor Conte” cui Annigoni si riferiva era probabilmente Franco il fratello minore di Margherita, che era stato tra i critici della porta non ancora “sporcata”.
Parete Ovest) La signora seduta, poggiata, riflessiva e raccolta è la cara Bruna. Lo scialle che indossa, ci tiene a dirlo, esiste ancora nella cassapanca, intonso come allora, senza aver subito lo scorrere del tempo e ce lo mostra con soddisfazione, quasi fosse una prova della sua identità, della sua esistenza in questo contesto, una prova del suo essere lì splendidamente raffigurata giovine e bella, ma non meno bella e seducente di come la si può vedere oggi, Vestale di un patrimonio conservato alla città ed all’arte grazie alla sua devozione per il Maestro e per la Contessa Margherita. Ai suoi piedi un vasetto di fiori forse colti da lei stessa.
La villa sullo sfondo è quella di Lama di Borgo San Lorenzo a Piazzano.  Più prossima a noi si intravede  sulla sinistra la cappellina della villa ove c’era un affresco di Pietro Annigoni raffigurante San Girolamo, in seguito strappato e portato nell’anti sacrestia della Misericordia in piazza del Duomo (ove ancor’oggi si può visitare). La villa fu in seguito venduta con gli annessi, compresa la cappellina, in un freddo dicembre, a condizione che fosse consegnata entro gennaio al nuovo proprietario, però senza l’affresco che Margherita voleva conservare per sé. Ora è noto che per strappare o staccare un affresco  oltre ad una rigorosa tecnica è necessaria la bella e calda stagione, ma a dicembre, periodo della vendita, quest’ultima condizione veniva a mancare. Allora il Maestro, la Bruna e un manipolo di allievi per più di una settimana si prodigarono riempiendo la cappellina di bracieri ardenti, affinché fosse caldo abbastanza per riuscire, non senza difficoltà, a strappare in tempo l’affresco.
In alto ci sono due cordoncini, uno cala e scivola verso il basso l’altro più “sinistro” mostra più cappi con diversi nodi scorsoi, ciò è dovuto al fatto che un carissimo amico di Margherita e di Pietro, il professore Giuseppe Giuliano, aveva avuto un improvviso trasferimento di cattedra e La Pira aveva promesso di interessarsi affinché potesse restare a Firenze. E così mentre tutti erano in attesa di una telefonata rassicurante del sindaco (telefonata che poi non venne), Annigoni, che stava dipingendo, dimostrò il suo disappunto e nervosismo aggiungendo una serie di nodi vagamente allusivi… poi si narra che tornato  alla colonna ionica, dove aveva scritto  W La Pira,  vi sovrappose una doppia V rovesciata trasformandolo in “abbasso”.
Il resto, miei cari, è sotto, sopra e accanto ai vostri occhi..

*“O quisquis te intelligis in huius saeculi profluvio – magis inter procellas et tempestates fluctuare… REPICE STELLAM…”  – “Tu che capisci come in questo scorrere del tempo – siamo come naufraghi sbattuti tra tempeste e marosi..  Guarda la Stella…”

Testimonianze dirette raccolte da

“Il Cenacolo degli Sparecchiatori” nell’anno 2010.

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